Il metodo nella ricerca disciplinare non è mai stato così problematico come oggi, e non perché manchino procedure, tecniche o protocolli, ma perché è entrata in crisi l’idea stessa che il metodo possa essere una sequenza di passi prefissati, valida in ogni contesto e capace di garantire l’accesso neutrale al reale. A mettere in discussione questa concezione concorrono, in modo intrecciato, la svolta costruttivista sociale, la condizione liquida della società contemporanea, la riflessione pedagogica sul metodo a-metodico e la poetica della ragione di María Zambrano. Non si tratta di prospettive separate da sommare o giustapporre, ma di dimensioni di un unico ripensamento: il metodo non è qualcosa che sta prima dell’esperienza e la dirige dall’esterno, bensì un atteggiamento riflessivo che prende forma mentre l’esperienza si svolge. Esso è, insieme, sapere del camminare e cammino che si pensa nel momento stesso in cui si traccia.
Il costruttivismo sociale ha mostrato che la conoscenza non è né una copia della realtà né un possesso individuale, ma una costruzione intersoggettiva generata attraverso pratiche linguistiche, culturali e sociali. In questa prospettiva, la ricerca non si limita a registrare dati oggettivi, ma interpreta e negozia significati all’interno di comunità concrete. Vygotskij, con il suo costruttivismo socioculturale, aveva già posto al centro il dialogo, la dialettica e il contesto storico-culturale: la coscienza stessa si costruisce su due piani, quello della società e quello della cultura. Dewey, dal canto suo, aveva mostrato che il metodo è l’esperienza nel momento in cui non separiamo ciò che sperimentiamo dal modo in cui lo sperimentiamo; solo in un secondo momento, quando subentra la riflessione, quella distinzione diventa possibile. Il metodo è dunque immanente all’esperienza, e insieme è un costrutto teorico che nasce dall’esigenza di nominare e comprendere il senso di ciò che accade. Se la conoscenza è costruzione condivisa, allora anche il metodo non può essere un dispositivo solitario e impersonale: esso è già relazione, ascolto, interpretazione, responsabilità verso l’altro e verso il contesto. È qui che il costruttivismo sociale incontra la sociologia della conoscenza di Berger e Luckmann, i quali hanno mostrato come la realtà stessa sia socialmente costruita e come la sociologia debba analizzare i processi attraverso cui ciò avviene. La loro attenzione non è rivolta a questioni ontologiche astratte, ma a ciò che le persone considerano reale in un dato momento e luogo, e a come questa costruzione sia legata a contesti sociali e storici determinati. Il metodo della ricerca, allora, non può prescindere da una riflessione sui processi sociali che producono e mantengono le “realtà” che essa indaga.
Ma questa costruzione intersoggettiva avviene oggi dentro una società fluida, per usare la metafora di Zygmunt Bauman. La liquidità non è solo un’etichetta sociologica: è la condizione entro cui la ricerca deve operare. I riferimenti un tempo solidi si dissolvono, le appartenenze si moltiplicano, le istituzioni perdono stabilità, le biografie si fanno precarie. In un mondo così fatto, il metodo non può essere una ricetta da applicare meccanicamente. Bauman invita a prendere coscienza della complessità e ad apprendere come viverci dentro, senza rifiutare ciò che la società produce, ma anche senza subirla passivamente. Per la ricerca educativa e disciplinare questo significa abbandonare la pretesa di modelli definitivi e passare da ripetitori della conoscenza a trasformatori delle realtà sociali. La fluidità richiede flessibilità, adattabilità, capacità di rinegoziare continuamente gli strumenti e gli obiettivi. Essa esige, inoltre, che la ricerca sappia tenere insieme materia e spirito, natura e cultura, scienza e umanità, tecnologia e umanesimo: non per conciliarli in una sintesi astratta, ma per abitarne la tensione. È questa stessa tensione che Adorno aveva colto nella sua critica alla sociologia positivista: la negazione dialettica non produce un sistema deduttivo, ma un metodo che dipende dall’oggetto e che si rifiuta di irrigidire il reale in categorie precostituite. Il metodo, allora, non è una cassetta degli attrezzi pronta all’uso, ma un dispositivo aperto, capace di modificarsi mentre conosce. Anche Edgar Morin, con il suo pensiero della complessità, ha mostrato che complexus significa “ciò che è tessuto insieme”, e che non esiste complessità senza l’inseparabilità degli elementi che costituiscono il tutto. Il metodo della ricerca, in questa prospettiva, non può che essere un metodo della complessità: un metodo che non riduce, non disgiunge, non semplifica arbitrariamente, ma riconosce le interdipendenze dinamiche tra gli elementi di un insieme.
Qui si innesta la nozione di metodo a-metodico, che non significa assenza di metodo, ma rifiuto di identificarlo con una procedura fissa. Il metodo a-metodico non corrisponde a qualcosa che sta davanti e che basta seguire; prende forma nel divenire dell’esperienza, incarnandosi in pratiche dense di riflessività e pensiero. Esso è prassi e insieme costrutto teorico: da un lato si incarna in azioni, atteggiamenti, comportamenti; dall’altro nasce dall’esigenza di concettualizzare il senso della situazione particolare che si sta vivendo. Luigina Mortari lo ha descritto con una metafora che riprende Zambrano: il metodo è un sapere del camminare, che si trova strada facendo, nel momento in cui si cammina e contemporaneamente si pensa il cammino che si sta tracciando. Non si rinuncia all’istanza di formalizzazione, ma la si tiene in tensione con l’imprevedibilità dell’esperienza. Mortari chiarisce che l’a-metodo non significa condurre un’indagine con spontaneità e mancanza di direzione, né essere contro il metodo o senza metodo: significa piuttosto accentuarne la dimensione qualitativa, orientare con meticolosità il processo di ricerca per individuare quegli elementi e strumenti che appaiono adeguati a interrogare il sapere vitale e vivificante. Il metodo è qualcosa da tracciare ogni volta, perché “nasce dalla vita ed ai fatti della vita resti legato”. Esso non ingessa il sapere ma lo fotografa, cattura ciò che l’occhio nudo non vede per interpretare il senso profondo delle cose, in una relazionalità mai statica, anzi dinamica e in perenne mutamento. Questa concezione del metodo si radica in una fenomenologia che non cerca fondamenti incrollabili, ma un “imparare a guardare il mondo”, come diceva Merleau-Ponty, sottraendosi alla cattura dell’“oggettività” che tratta le cose come meri indici e variabili. La fenomenologia empirica di Mortari, con il suo metodo degli adombramenti successivi, costruisce conoscenza in maniera graduale, seguendo le tracce che l’altro lascia nel suo apparire. L’epoché non è messa in discussione del valore delle conoscenze, ma “non uso” di esse, sospensione dell’atteggiamento naturale per lasciar apparire il fenomeno nel suo darsi.
È a questo punto che la poetica di María Zambrano non rappresenta un’aggiunta decorativa, ma una radicalizzazione decisiva. La ragione poetica, elaborata negli anni Trenta, nasce dall’esigenza di riconciliare la filosofia con le antiche forme del sapere e si configura come un metodo che non aspira a un sistema chiuso. Essa non si inmovilizza in analisi e deduzioni arborescenti, ma acquisisce peso, misura e giustificazione nella propria attività, seguendo il ritmo del latire, la pulsione interiore. Il suo scopo non è stabilire un edificio definitivo, ma aprire un luogo che si allarghi come una radura in mezzo al bosco: uno spazio in cui la visione non è ancora in-formata da concetti o giudizi, e in cui la realtà può presentarsi come mistero, come fondo enigmatico e sacro. La ragione poetica è essenzialmente metaforica: traccia una rete comprensiva, un ordine reticolare che è l’unico possibile per una ragione che vuole la massima ampiezza e la minima violenza. Il suo metodo comincia come conoscenza aurorale, come attenzione vigilante e disposta alla ricezione; non rifiuta ciò che viene dall’esterno, ma permane aperta. Poi la parola si applica nel tracciare simboli, e la realtà si mostra come irradiazione della vita che emana da un fondo di mistero. La verità non è conquistata, rapita, violata; non è aletheia intesa come dominio, ma rivelazione graziosa e gratuita. Zambrano stessa scrive che la scrittura – racconto o narrazione e poesia – è il metodo di conoscenza essenziale per risolvere il problema di una razionalità ridotta. La ragione poetica si configura così come un metodo che non rinuncia a nulla, che non sacrifica una parte della realtà, ma che anzi svolge la funzione di disvelare la parte occultata che anida nel reale. E questo metodo affonda le sue radici nella cultura spagnola più profonda: è negli anni della Guerra Civile che Zambrano riscopre il tragicismo unamuniano per oltrepassare il raziovitalismo di Ortega, e questa svolta la porta a riappropriarsi della cultura del Siglo de Oro, rivalutando in particolare la mistica di san Juan de la Cruz. La mistica castigliana diventa così un grande teatro di confronto e dialogo con il bagaglio filosofico di stampo platonico, e la ragione poetica tenta di far convivere i due elementi. Non si tratta di un ritorno all’irrazionale, ma di una critica alla modernità che recupera il sacro senza per questo rinunciare alla ragione. La ragione poetica è, in questo senso, l’unico metodo possibile per accedere a un sapere dell’anima che la ragione sistematica aveva escluso.
Integrando questi orizzonti, il metodo della ricerca disciplinare si configura non come una procedura da applicare, ma come una postura epistemologica ed esistenziale. Il ricercatore non è un soggetto neutro che osserva dall’esterno: è un partecipante a una costruzione intersoggettiva, situato in un contesto fluido, chiamato a esercitare una riflessività che si fa mentre si agisce, e insieme a coltivare un’attenzione non violenta verso il reale. Il costruttivismo sociale gli ricorda che la conoscenza è negoziazione e dialogo; la società fluida gli impone di non irrigidire il metodo in ricette; il metodo a-metodico gli insegna che la forma si genera nel cammino; la ragione poetica di Zambrano gli indica che il culmine del conoscere non è il possesso, ma l’apertura, l’ascolto, la cura. Non c’è separazione tra questi aspetti, perché essi descrivono tutti lo stesso movimento: il metodo è la tensione tra la necessità di orientarsi e l’apertura all’imprevisto, tra il rigore e la singolarità dell’esperienza, tra il desiderio di comprendere e il rispetto per ciò che resta indisponibile. In un tempo liquido, questa apertura non è una debolezza, ma la condizione di una ricerca viva, capace di stare all’altezza della complessità del reale. Il metodo, alla fine, si rivela per quello che è: non una strada già tracciata, ma un camminare che, mentre si compie, scopre e costruisce il proprio percorso, senza mai chiudersi in un sistema, ma aprendosi ogni volta alla rivelazione graziosa di ciò che ancora non è stato detto.